Ci troviamo oggi a parlare del libro “Nata con i piedi nel sangue” ed. Marlin euro 10,90 di Elisabetta Bilei (mestre, 4/11/1986).
Parliamo un po’ di lei, l’autrice: vive a Favaro Veneto, in provincia di Venezia.
appassionata di musica, scrittura, pittura e teatro. E’ stata membro di un’orchestra, i flauti di San Marco, con la quale ha viaggiato in città italiane come Firenze ed europee come Stoccarda. Deve alle sue insegnanti di lettere ha ricevuto la spinta e l’incoraggiamento necessari ad intraprendere il percorso di scrittrice; attualmente frequenta il corso di laurea in scienze della comunicazione all’università degli studi di Padova. Ha vinto molti concorsi letterari, borse di studio e ha trascorso un soggiorno in un college di Parigi, per perfezionare la lingua. Collabora come articolista e redattrice per portali culturali, www.donnissima.it, ed è redattrice dell’associazione culturale Il Galeone http://utenti.lycos.it/associazionegaleone segnalando attività letterarie, intervistando autori emergenti e scrivendo articoli inerenti ad arte ed artisti. E’ inoltre moderatrice del forum “L’angolo di Elisabetta” al sito internet http://www.asaland.com/naut/viewforum.php?f=26 occupandosi, anche in questo caso, di artisti. Lavora per la testata giornalistica on-line www.lucanianet.it nell’ambito dedicato all’arte e alla cultura. Tiene un blog al sito http://www.bloggers.it/ElisabettaBilei che dimostra un buon successo e un forte grado di apprezzamento da parte dei lettori ed un altro http://www.bloggers.it/articolistacercaartisti.
Ha pubblicato la silloge di brevi racconti “Foto di riflessioni” (il grappolo, 2003), ha lavorato a un progetto artistico con il disegnatore Cosimo Budetta, è stata membro della giuria giovani del premio settembrini, edizione 2005 e una sua poesia è stata scelta per l’antologia "Pensieri d’inchiostro" (Giulio Perrone, 2006).
Il suo romanzo breve “Caffè valeriana vomito sigaretta” (il foglio letterario, 2005), ha ricevuto gli elogi, tra gli altri, di Federico Moccia, autore di “Tre metri sopra il cielo” e “Ho voglia di te” ,di Federica Bosco, scrittrice di meritato successo grazie ai romanzi “Mi piaci da morire” e “Cercasi amore disperatamente”, e Pino Roveredo, vincitore del premio campiello 2005 con l’opera “Mandami a dire”. Ha collaborato con un 70enne cardiologo romano per la stesura di una silloge di racconti ed ha elaborato nell’estate 2004 il testo inedito “…!”
Oggi conosciamo la sua ultima fatica letteraria:
Nata con i piedi nel sangue è la storia di una coppia di giovani, Claudia e Francesco, e del loro desiderio di avere un figlio, raccontata da questo stesso figlio - che si rivelerà poi una bambina - dall'atto gioioso del concepimento fino al triste epilogo a cui allude il titolo. Rannicchiata nel grembo materno, la bambina narra la storia d'amore dei genitori, le nausee, le ecografie, le visite mediche, le emozioni e sensazioni di chi deve ancora nascere ma spera di vedere presto la luce. Ma non solo, anche di quel piccolo mondo ed i personaggi che girano attorno alla copia e la cui aura, ovviamente, va ad incidere sull’insieme complessivo della coppia e di quel figlio che già c’è.
L’ASSAGGIO
«Io sono qui, a guardarvi dalla finestra. Mi hai cercata oltre le nuvole ma io ero anche più in là. Ora, però, sono qui. Non sarai più sola, è scoccata la scintilla che mi ha dato la vita. Il mio viaggio è iniziato così. Voglio che tu lo sappia, perché un giorno potresti chiederti cosa mi passava per la testa, e voglio che a questa domanda tu possa dare la giusta risposta. Da questa sera, in questo letto, c’è qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo. Ci sono io. Saranno i nove mesi più belli della nostra vita.»
Cos’è la vita? Cos’è questo tempo che ci troviamo a trascorrere per un certo numero di anni su questa terra, accanto a persone che, apparentemente, casualmente incontriamo?
È veramente un arrivo fortuito o è una scelta vera, consapevole quella di volersi inserire in un particolare mondo, per un particolare percorso, che ciascuno di noi deve compiere? Io credo questo.
Non so perché Elisabetta, una giovane promessa della narrativa italiana, abbia scelto me come sua presentatrice, anche qui, credo che ci sia una causa, una scelta non fortuita, ma già stabilita da lei, da noi tanto tempo fa.
Quando mi è stato dato il libro NATA CON I PIEDI NEL SANGUE, l’ho letto d’un fiato perché vi ho trovato dentro alcuni segnali di un mondo che sta oltre di noi, oltre quel cielo da cui la “Piccola” stava osservando i suoi genitori.
-
Dal punto di vista narrativo, il romanzo è sicuramente ben condotto. Il linguaggio è svolto in modo scorrevole, asciutto ci fa supporre veramente che chi scrive abbia tra le mani la padronanza della parola, la sicurezza della gestione lessicale, per cui il testo fluisce in un continuum gradevole, senza inceppamenti, senza lacune.
Si snoda, come è già stato detto anche da altri, per brevi capitoli, contrassegnati da un linguaggio fluido ed incisivo, in un susseguirsi di avvenimenti piccoli e grandi che interessano una serie di personaggi ben definiti, ed il lettore viene veramente catturato per cui anche involontariamente si trova a commuoversi ed ora sorridere sino all’ultima pagina.
La capacità narrativa è estremamente certa, focalizzante sul centro della narrazione, non vi sono fughe o divagazioni che facciano perdere il filo. Bene dunque, ma…
-
Ancora una volta mi viene da chiedere, da dove le vengono le parole? Competenza linguistica, fantasia, tante letture, ambiente socio-familiare? Sicuramente tutto questo, ma anche a mio parere una marcia in più. Una marcia in più che Elisabetta si porta dietro con il dovere di utilizzare la parola, il Verbo, quel quid soprannaturale che Lei in particolare può usare per entrare in contatto con le persone, per portare messaggi, per aprire non solo i cuori al sentimento, il piacere dell’immaginazione del lettore, ma anche messaggi più profondi che colpiscono l’anima nel suo più profondo.
-
Alcuni tra i commenti che sono stati fatti a questo libro, lo accomunano ad altri due testi che trattano la gravidanza, ma a mio parere nessuno di questi testi LETTERA AD UN BAMBINIO MAI NATO di Oriana Fallaci e UN CLANDESTINO A BORDO di Dacia Maraini possono esserne in sintonia. Entrambi quei due romanzi trattano il dolore i sentimenti di una madre che pur apparentemente parlando al figlio, parla a se stessa, elucubra per trovar in se spiegazioni, morali, ragionamenti che la portino ad una accettazione , più o meno serena, di un fatto. Non è così per questo libro, per cui io lo avvicinerei di più a I NOVE SCALINI di Anne e Daniel Meurois-Givaudan. In questo libro ho veramente trovato un parallelo, forse perché anche qui, è il nascituro il soggetto narrante , ed è lui che ci offre la capacità di togliersi da noi, dal nostro sentire terreno, dal nostro parlare, giudicare ed esprimerci di esseri umani, e ci offre la parola di chi ancora qui non è, la possibilità di vedere le situazioni da altro punto di vista.
Mi fermo un attimo per fare una domanda.
A cosa serve un libro?
Io credo che oltre a tutte le risposte che ho sentito: rilassarmi, passare il tempo, migliorare il mio vocabolario, il mio lessico, stimolare la fantasia, un libro serva per PENSARE e questo libro, al di la della storia che narra aiuta proprio a pensare.
Proprio ieri sera ad un incontro, ho chiesto a bruciapelo ad un gruppo di persone “ che cosa mi dite della nascita?” le risposte che ho avuto oltre alle solite è una cosa bellissima, un’esperienza unica, qualcosa che riempie la vita… mi è stato detto “La nascita è una iniziazione” 8nascita di un bimbo, nascita di un libro) e la risposta che mi è sembrata ancora più bella è questa: “non è tanto una cosa splendida per quell’essere nuovo, ma è una cosa splendida per i genitori che per questo nuovo essere, dovranno allenarsi ad imparare a far brillare quella piccola scintilla che è in loro a sviluppare quel piccolo seme , quello Yod che è in ciascuno di noi.
(La decima lettera dell'alfabeto ebraico è la YOD, appena più grande di un puntino; non si può dividere in componenti. Essa allude al Nome, che è Uno ed Indivisibile. La YOD rappresenta il metafisico: l'essenza delle cose sta nel piccolo, che è privo di zavorre quali spazio, tempo o materia. Questo implica che la grandezza si raggiunge con l'umiltà. (Maharal))
Mi sento quindi di dover ringraziare Elisabetta per questa opportunità che mi ha dato di leggere un libro piacevole ma che mi ha fatto dentrare dentro di me, mi ha fatto pensare.
Grazie Giorgia
Giorgia Pollastri
CLICCA L'ARTICOLO PER INGRANDIRLO

a cura di Giorgia Taffarelli
La Nuova Venezia, Il Mattino di Padova, La Tribuna di Treviso 22.4.2008
“Nata con i piedi nel sangue” è ben scritto. L'idea della bimba non ancora nata, anche se non nuova, è sempre affascinante.
Barbara Garlaschelli
scrittrice
Una gravidanza con gli occhi di un embrione
Il nuovo romanzo della giovane mestrina Elisabetta Bilei
Ha appena 21 anni ed è già al suo secondo romanzo.
Elisabetta Bilei, mestrina, studentessa di Scienze della Comunicazione a Padova, ha presentato martedì scorso alla libreria Feltrinelli di Mestre il suo "Nata con i piedi nel sangue" (ed. Marin), un romanzo originalissimo che racconta la storia di una gravidanza vista con gli occhi di un embrione. In realtà si tratta di più storie, poiché i vari personaggi del romanzo (una giovane coppia che desidera tanto avere un figlio e tutte le persone che gravitano intorno ad essa) sono tutti coinvolti e trasformati dalla gravidanza.
E' come se in quel momento non nascesse solo una nuova vita per una nuova creatura, ma una nuova vita anche per tutte le persone che le sono vicino.
La storia è raccontata in seconda persona: un embrione che osserva, descrive, percepisce le emozioni e i gesti della madre e del mondo circostante. Come se avesse preso coscienza nell'istante del concepimento, o forse ancora prima, e scrivesse in un diario immaginario la storia della sua vita. Fin dall'inizio.
"Io sono qui a guardarvi dalla finestra. Mi hai cercata oltre le nuvole ma io ero anche più in là - dice la piccola creatura alla madre
- Ora però sono qui. Non sarai più sola, è scoccata la scintilla che mi ha dato la vita. (…) Da questa sera, in questo letto, c'è qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo. Ci sono io".
La giovane autrice si cimenta così con un tema importante, dalle profonde complicanze etiche, come quello dell'inizio della vita, dando una sua personale interpretazione: "Sono i figli a scegliere la propria mamma da lassù dove sono prima di essere concepiti - dice Elisabetta lasciando emergere un messaggio inequivocabilmente antiabortista - Sono convinta infatti che la vita abbia inizio con il concepimento. La prima cosa che è nata di questo romanzo è stato il titolo. Un giorno mi sono svegliata con questa frase in testa e ho deciso che dovevo scrivere un romanzo su questo tema. In quello stesso periodo alcune amiche aspettavano un bambino, io ho sempre amato i bambini e mi piaceva l'idea di leggere la gravidanza dal punto di vista di chi sta per nascere". Il titolo suggerisce però anche che non ci sarà un lieto fine: "Ho scelto questo finale - spiega l'autrice - perché volevo lanciare un messaggio di speranza: anche negli eventi negativi della nostra vita si possono trarre insegnamenti positivi".
Francesca Bellemo
Gente Veneta, 2.5.2008
CLICCA L'ARTICOLO PER INGRANDIRLO

a cura di Enrico Veronese
Il Mestre, 22.4.2008
CLICCA L'ARTICOLO PER INGRANDIRLO

a cura di Anna Renda
Il Gazzettino, 01.4.2008
CLICCA L'ARTICOLO PER INGRANDIRLO

a cura di Massimiliano Melilli
Corriere Del Veneto
Un breve romanzo ma che colpisce al cuore. Si potrebbe definire un "Lettera a un bambino mai nato", di Oriana Fallaci, rovesciato: in questo romanzo non è la madre a parlare col figlio, ma la bimba che, nel grembo materno osserva il mondo, la vita dei genitori, che nella loro quotidianità si scambiano importanti lezioni di vita e amore che serberanno per sempre. Attraverso gli occhi della piccola creaturina, riviviamo le esperienze della madre, nelle sue gioie , le delusioni, la vita di tutti i giorni. E' un buon romanzo, scritto bene e commovente, soprattutto il finale (l'ultimo capitolo è eccezionale). Per niente noioso nonostante il continuo susseguirsi di piccoli avvenimenti quotidiani che invece, fanno sì che il lettore si immedesimi ancora di più in questa bella storia.
Lavinia
lettrice
IL LIBRO Nata con i piedi nel sangue è la storia di una coppia di giovani, Claudia e Francesco, e del loro desiderio di avere un figlio, raccontata da questo stesso figlio - che si rivelerà poi una bambina - dall'atto gioioso del concepimento fino al triste epilogo a cui allude il titolo. Rannicchiata nel grembo materno, la bambina narra la storia d'amore dei genitori, le nausee, le visite mediche, le emozioni e sensazioni di chi deve ancora nascere ma spera di vedere presto la luce. La vicenda, che per alcuni aspetti ricorda Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci e Un clandestino a bordo di Dacia Maraini, si snoda per brevi capitoli, contrassegnati da un linguaggio fluido ed incisivo, e presenta una galleria di personaggi mai banali, in un susseguirsi di avvenimenti piccoli e grandi che prendono alla gola il lettore facendolo ora commuovere ed ora sorridere, senza fargli mai staccare gli occhi dalla pagina.
UN TALENTO DI VENT'ANNI L'opera risulterà tanto più sorprendente se si tiene conto che a firmarla è una scrittrice di appena vent'anni, che per il suo precedente libro di narrativa ha ricevuto gli elogi di autori di successo quali Federico Moccia (Tre metri sopra il cielo, Ho voglia di te), Pino Roveredo (vincitore del Premio Campiello 2005 con Mandami a dire) e Federica Bosco (Mi piaci da morire, Cercasi amore disperatamente)
L'AUTRICE Elisabetta Bilei (Mestre, 1986) vive a Favaro Veneto, in provincia di Venezia. Appassionata di musica, scrittura, pittura e teatro, ha fato parte dell'orchestra "I flauti di San Marco", con la quale ha viaggiato molto. Frequenta il corso di laurea in Scienze della Comunicazione all'Università di Padova. Collabora a vari portali culturali e riviste letterarie. Nel 2005 ha pubblicato il suo primo romanzo, Caffè Valeriana VOmito Sigaretta. Ha vinto diversi concorsi letterari.
a cura di Marlin Editore
di Tommaso e Sante Avagliano
Questo libro si legge con le lacrime agli occhi; lacrime di tenerezza, di tensione, di paura e amore. La scrittura è delicata e capace di trascinarti nelle pagine lette come una favola senza lieto fine.
Mi ha commosso davvero, esitando sulle pagine.
Complimenti all’autrice.