Un libro scritto con frasi brevi come frecciate che colpiscono al cuore. Uno stile giovane e fresco. Una storia che si fa leggere tutta d'un fiato. Questi sono i giovani autori su cui dovrebbero investire i grandi editori!
"La mia è una storia dura e tagliente come un pezzo di vetro della bottiglia di birra che ho appena gettato a terra. E' una storia,
quella del 1998, che nessuno vorrebbe sentire. Ma tu l'ascolterai." Una giovane autrice nata nel 1986 che si cimenta con una prova di
narrativa moderna fatta di frasi spezzate e periodi brevissimi. Il racconto cattura l'attenzione del lettore sin dalle prime battute e
lo trasporta in un crescendo di tensione verso un finale sconvolgente.
"Mi è piaciuto molto. Doloroso, duro... Ho sentito la paura di rompere un equilibrio, la fragilità, l'amore che contiene... Complimenti"
"Ho letto e respirato
Caffè
Valeriana
Vomito
Sigaretta
E Restituisco il fiato con tre parole
Cuore
Pelle
e Brivido!
Complimenti"
"Non è facile dirti cosa ne penso, perchè il tuo romanzo è talmente intenso, talmente sofferto e grondante dolore che leggendolo
continuavo a ripetermi "ma è solo una bambina,come fa a sapere queste cose!"
Sei brava Elisabetta, sei proprio tanto brava e, hai davanti davvero un bel futuro.
Le statistiche danno voi ventenni come una generazione di alcolizzati, ignoranti e video dipendenti, (così come noi trentenni degli
eterni adolescenti, insofferenti e depressi.) hai dimostrato invece la disperata fame d'amore di tutti noi, il panico dell'abbandono
che si rivolta contro il proprio corpo, il bisogno di amare sopra ogni cosa, la paura della morte che si mischia col suo desiderio.
Ho adorato la tua abilità nel maneggiare le parole, hai davvero un grande talento."
Una scrittura rotta, sincopata, dura, come cocci di bottiglia, vetro rotto per ferire e per ferirsi. Amore e morte, amore e violenza.
Un amore insano, malsano, espianto di un cuore che avviene giorno dopo giorno negli incontri sbagliati, nelle menzogne, quando si
chiudono gli occhi agli evidenti segni della malattia e della catastrofe. Amori sbagliati, contro tempo, contro ogni logica, per
gli amanti, le amiche, la figlia, il padre.
Un romanzo breve, che si legge in un’ora o poco più, il tempo di un caffè, una sigaretta per vomitare il disagio di un corpo e
di un’anima che non trova una dimensione sullo sfondo di città fatta di frammenti di strade bagnate, incroci metropolitani, crocevia
di sogni infranti.
Frammenti di emozioni e sensazioni, di incontri e percorsi, amori ossessivi, intrecci che attraversano la vita della protagonista,
voce narrante. Una scrittura a pezzi, periodare brevissimo, frasi essenziali, per una storia che si ricompone pagina dopo pagina,
come i cocci di vetro (immagine ricorrente nella vicenda) ridanno forma all’oggetto.
Morte a porre fine alla vita, silenzio a volte meno doloroso di molte parole taglienti. La confessione della ragazza è come
un’operazione a cuore aperto reale e metaforica nell’intreccio narrativo che percorre il breve romanzo, che tocca i temi esistenziali
della morte, della vita, dell’amore, del dolore, dell’amicizia, del rapporto uomo-donna tra la speranza e il masochismo di una
folle ossessione autodistruttiva.
“Caffè Valeriana Vomito Sigaretta” è il primo romanzo della giovane autrice veneta Elisabetta Bilei.
L’azione che procede lentamente e l’uso di un linguaggio perlopiù atono, quasi del tutto asincrono e metaforico, rendono la
lettura poco distensiva. Un amore raccontato in pri-ma persona; in un primo momento, soprattutto attraverso la descrizione
insistente degli stati d’animo, la sincerità dell’autoanalisi, la sublimazione dei sentimenti e le sensazioni profonde della
protagonista; in un secondo momento, calato in una sorta di bovarismo, di decadente stanchezza e crepuscolare malinconia.
Un romanzo introspettivo, dunque.
La scrittura, essenziale, manca di un’adeguata spontaneità e, a volte, indulge alla rima: “Le parole ghiacciavano nel cuore, e non
uscivano neanche per errore. Era troppo in bi-lico tra realtà e dolore”.
Lunghe pause ad effetto. Un finale che richiama alla mente le parole del filosofo tede-sco Junger Habermas: "mi spaventa l'idea che
l'uomo diventi arbitro della vita. Il con-cetto di Dio è legato all'amore, non così si può dire sempre dell'uomo".
Elisabetta Bilei: una penna come un bisturi.
Un bisturi per sezionare con frasi taglienti,spezzate, lontane da ogni forma letteraria classica simili ad un sms al vetriolo,
per indagare ed esporre di amori malsani,di identità femminile vissuta a metà .Uomini che non ascoltano e cuore che fa rima con
dolore an-ziché amore. Una scrittura decisamente moderna ,resa da una giovane scrittrice che si-curamente piacerà alle nuove
generazioni abituate a comunicare i sentimenti, attraverso i telefonini, con frasi sincopate e ridotte all'osso. Un romanzo breve,quasi
un racconto lungo che si snoda tra ricordi e confessioni che malgrado lo stile duro tiene legato il let-tore fino all'ultima pagina
senza pensare di "leggere il seguito domani".
E’ il primo romanzo della scrittrice veneta di cui ci auguriamo di leggere nuovi scritti meno taglienti ma ugualmente pieni di contenuti.
Elisabetta Bilei è giovanissima. Classe 1986, nata a Mestre. Dalla sua biografia emerge uno spirito ecclettico, che si muove tra musica,
scrittura e pittura. " Caffè Valeriana Vomito Sigaretta " è il suo primo romanzo, pubblicato dalla casa editrice Il Foglio Let-terario.
Lo stile della Bilei è frammentario. Ritmo veloce, punteggiatura onnipresente. Segue la moda di questi ultimi anni la Bilei. Una moda
diffusissima tra gli scrittori dell' ultima generazione.
Questo non significa che la scrittrice non sappia usare questo stile. Anzi. Lo sa usare benissimo. Frasi taglianti, frasi che fanno male.
La Bilei ci parla di amore. Di amore malato. Di morte, di silenzi, di operazioni al cuore. La malattia del libro è questo amore malato e
impossibile, provoca il disfacimento della voce narrante, costretta ad arrancare, a star male.
Il libro è fresco, è giovane. Si legge in poco tempo. Lo si può considerare un romanzo breve o un racconto lungo. La scrittrice regge il
racconto per tutte le cinquanta paginette senza mai scadere nel banale. Una storia riuscita quindi. Da leggere.
Una giovanissima autrice non più esordiente, che nel cognome ricorda un’altra scrittrice, la Bille [1], quasi a magnificamente
rimembrarci che in letteratura esiste e deve esser-ci la sperimentazione; che è essa – a dispetto dei
puritani del bello stile – a fare la no-vità e, tramite la stessa, descrivere un’epoca.
E la nostra [epoca] è smilza povera avara e VIOLENTA.
E la violenza è sociale e privata.
E la società è sorda di vetri da infrangere, denunce, “mancate” parole apparentemente scomposte; che, nel momento in cui si
ricompongono, formano costrutti di difficile comprensibilità, botole a tenuta stagna di sommergibili che hanno da attraversare
acque torbide, travestite da mari.
Così, il flusso di coscienza, che qui ci si propone, pare un nocciolo duro, un mate-riale informe, un caos statico
ed angoscioso.
La ricerca della terminologia adatta a costruire il nocciolo, lo zoccolo duro, è operata sul piano del semplice. Il semplice –
ciò che è conosciuto,in amore soprattutto, dato che da una descrizione del rapporto uomo-donna si parte e s’arriva – diviene
qui teorema di quel sopruso fisico che colpisce l’essere femminile.
Cesare Vergati, nel suo “A sorpresa” [2] parlerà in filosofia (lui scrive in poesia di que-gli stessi temi).
Cesarina Bo [3], nei propri racconti, prenderà più pause nelle infinite sfaccettature delle sue donne.
Io stessa lascerò urlare la mia Luce [4]. Ognuno di noi ed altri ancora, di scrittori “iper-creativi”, quelli che cercano la novità
come soluzione, quelli che sfondano il muro del pianto per innalzare la santità della carne, scrigno dell’anima da non
violare…
Le religioni hanno castrato le famiglie; grazie ad esse hanno schiavizzato. Ma adesso, nell’editoria indipendente, in qualche scritto
che osa la rabbia nelle sue varie sfaccetta-ture; che osa sfidare l’indicibilità di certo sentire insegnatoci come indicibile… Adesso –
dico e dicevo – c’è il nostro tempo, quello che, come esseri umani prima e come artisti dopo, abbiamo il dovere assoluto di contemplare
giudicare riportare interpretare e, in qualche maniera – di qui la sperimentazione – incidere scalfire sviscerare, vomitare sul-la
carta, rendendola nero caffè, grumoso vomito, fumante sigaretta.
Il richiamo al titolo, però, non stimola: il libro va letto nel suo interno; ancor meglio: nelle interiora. Come fosse pagano
ascolto delle viscere di questa terra, che col so-pruso inghiotte l’anima visibile, attraverso cocci tecnologici:
vetri rotti da riciclare (pag. 7); […] ventre della bottiglia di birra che ho
appena gettato a terra (ibidem); […] vetro rotto più volte da lui per farmi vedere che esisteva (pag. 41)
Vetro sottinteso di un reparto ospedaliero, ai confini della realtà. Vetro di un respiratore che può pulsare fino ad una certa ora del
giorno, di un giorno, finché ne segua una fine: la fine dell’essere violentata dal padre, dall’amante.
Vetro infranto da una che si sente spezzata e non rinuncerà a scordare: teorema filoso-fico della contemporaneità che strepita tutta
la propria indignazione contro i panni sporchi da lavarsi a domicilio. Il soggetto finalmente dichiara: Smerdiamo il mondo con la mia
realtà (pag. 8).
Le frasi fatte dell’epoca sono disfatte sulla carta, e la donna dichiara ciò che da lei non ci si aspetta, in un’alternanza di
affermazioni e controdichiarazioni, passanti attraverso poche parole.
Eppure, Le parole erano poche, ma dense di significato (pag. 22). Ed è da questa as-serzione intertestuale che dobbiamo partire per
comprendere un libro come questo; un libro che, semplicemente, vuol caducare alcuni falsi assiomi e dar voce alla verità.
Pare proprio che una buona fetta di autori contemporanei sia ossessionata dalla ricerca della verità e che – dopo le grandi rivoluzioni
collettive – decida per il ritorno del sog-getto padrone della scena, per il nuovo violato e diverso da riacquistanda libertà.
La favola "moderna", se c’è, nasce dalla crudeltà moderna; perciò è nera, e prima è oscura, fa schifo, ma contempla monadi d’amore,
colorate d’odio. Ma conclude spesso con quella sofferenza estrema netta tagliente, della quale ha da prendersi coscienza per tornare
alla vita.
E alcuni uomini vedono la donna nuda di vita, e la amano. Il fisico diventa animistico, in un gioco di falsi fratelli parolai –
vita/fianchi, vita/esistenza – ed il lettore, finalmente, è chiamato a leggere e meditarsi.
Questo è il mondo: un malato, un uomo, un violentatore; un sopruso che non può non albergare nelle pagine in continua tensione,
con una qualche scomposta fede sem-pre in latenza, perché bestia per troppo tempo ritenuta sacra, che oggi è da abbatte-re, definitivamente,
con atto di lucida estrema coscienza. Perché
Mi stai condannando nel silenzio del tuo ripudio, lo so.
Nessuno vuole provare un amore che stordisce, che sequestra tutti i sensi e travolge nella sua passione.
Neanche tu, papà.
Neanche tu. (pag. 17)
I temi principali sono vecchi quanto il mondo: il bene e il male; la scelta da operarsi su di essi.
Anche il tema “secondario” è, purtroppo, vecchio quanto il mondo: la violenza alle donne.
E gli ingredienti ci sono tutti, in poche pagine “in prima”. Come se l’ultima parola fosse ancora da scavare, come quel corpo che
sin lì ha parlato dell’incomunicabilità e del so-pruso; che ha strappato la carne e la mente e l’intera vita.
La morte è cosmica, non l’avete capito? Cosmica estrema suprema libertà. Insieme, au-gurio e regalo: Riappropriati di ciò che sei
e vola, vola più in alto del sole e sii felice (pag. 49)
[1] Corinne Bille, un’autrice francofona, la cui produzione letteraria è tradotta in Italiano dalle edizioni Casagrande (Svizzera).
[2] Che trovate recensito sul n. 129 di kultunderground
[3] Recensita anche questa interessante scrittrice su Kultunderground.
[4] Luce è l’Io narrante del romanzo di Monica: “Venere, io t’amerò”. Contributi vari trovate sia su Kultunderground che
su kultvirtualpress
Al cospetto di mia moglie che rompeva le scatole, ho preso la cosa più vicina alla mia mano da tirarle, per farle capire che non era aria.
"Cos'è sta roba ?", si affrettò a commentare. Incuriosito sollevai la testa e scoprii, infa-stidito, di averle scagliato addosso "Caffè, Valeriana, Vomito, Sigaretta" dell'Elisabetta Bilei, che avevo appena finito di leggere e di chiosare.
"E' il romanzo di una giovane promessa letteraria", dissi allungandomi tutto per recupe-rare il libricino (circa 50 pagine), 5 € di spesa per un'ora di consigliabile lettura.
La sfrontata foto di fine libro, oltre al titolo (tutto un programma), mi avevano predispo-sto a tutt'altra cosa. "Non è lei, non l'ha scritto lei…"pensai dapprima.
Poi lessi.
"Me in mille pezzi. Me sparpagliata per terra. Ma che diventavo un puzzle distrutto.
Me che sparivo."
"Andai a letto. Solo Agapito (il cane) mi raggiunse."
"Volevo prendere a sassate tutti i sessi maschili, soprattutto il suo, chiedendogli dov'era mia figlia."
"Guardavo con estremo rimpianto le immagini degli amici che in un modo o nell'altro si allontanavano al mio orizzonte, quel tempo che mette le distanze."
Tranquillizzato, accennando larghi sì con la testa, dissi convinto: "E' lei, non è impazzi-ta lei o impazzito io. Grazie a Dio."
Tutto conduce apparentemente fuori squadra, fuori l'aplomb del normale, del possibile e del probabile, in questo romanzo. Le figure che si incrociano, la vita che scorre a sin-ghiozzi, nomi e visi di "amici" che appaiono e scompaiono, l'amore, finalmente.
Quello vero, forte, passionale, che permea di sé l'anima, che porta alla maternità sogna-ta e temuta, al terrore, alla perdita della bambina, alla bontà appena accennata, alle vio-lenze esplicite.
No drug, no sex, no rock n'roll.
Ma la verosimiglianza con una storia qualunque, dapprima negata, poi sempre più forte, fino alla sovrapposizione totale, chissà se voluta dai personaggi, sfuggenti da cliché pre-ordinati e consunti, eppure quasi ossequiosi alle parti loro assegnate.
Uno stile ora sobrio, ora ridondante, magari di epiteti negativi e oscenità, e poi il dolore.
L'Amore e il Dolore.
Quante vite si alternano su quest'asse fatale ? E' ciò che la Bilei costruisce con acerba maestria, con qualche strizzatina d'occhio fugace al lettore, forse, che nella storia non stridono.
E' invece bruciore autentico ciò che le infiamma l'animo, ciò che le fa descrivere il suo personaggio di futura (e incosciente madre), fino alla violenza più grande, "cercando nelle parole del dottore una parola che non fosse aborto".
Nessuna prefazione che anticipi scenari, subito il discorso diretto, subito i sentimenti, le emozioni più forti, i pensieri, a dominare una scena a volte calda e intima, più spesso straziante e dura.
Senza mezzi termini ad addolcire pillole, solo la vita che fluisce, con chiarezza, con le-altà, con paura, subita con schiacciante senso di colpa e debolezza, senza possibilità di catarsi.
"Alla vita. La mia": la dedica finale. E in quel "mia" si legge tutta l'incosciente spudo-ratezza dei vent'anni. Sì, va bene così, Elisabetta, e che l'arrivo al "Cuore trapiantato. Operazione eseguita con successo", sia soltanto l'inizio del tuo personalissimo modo di affrontare temi scabrosi con la forza "irragionevole" del tuo argomentare.
Fra poco i lupi morderanno veramente le tue giovani gambe, a chiedere il conto, perché così succede nel nostro ambiente.
Io sono convinto che tu avrai le palle per urlare a chi cercherà di rubarti la scena "Che tu sia maledetto!" come la protagonista del racconto, per poi riprendere nuovamente la penna, volando sulle ali della tua passione.
Forse altri toni, altre atmosfere, altri ambienti, altri visi, ma un unico Cielo sopra di te: quell'Arte.
Notte profonda, notte fredda, di novembre; tra le mani,un libro. Le prime parole: ti vo-glio bene. Le ultime: ti amo. Incompatibili pensieri, assetati di chiarezza razionale si af-follano nella mia mente. Qual è il significato di quelle frasi, qual è la maschera che do-vrebbero portare, e invece sono nude, pallide e vibranti di naturalezza, come mai... all'improvviso, il tempo non esiste più. Secondi, minuti, ore si rincorrono selvaggia-mente, assorbendo ogni singola goccia di conoscenza e racconto di cui quelle parole so-no imbevute, e le divorano languide di fuoco, gelo, stagioni e mutevolezza, di attimo in attimo, sempre avanti fino... fino a che, quella ultima frase. E di colpo, ti ritrovi con una consapevolezza paralizzante: non è stata una lettura. Non è stata solo, una lettura. Ma un labirinto con le pareti d'oro e metafore, senza mente, senza pensiero, senza controllo, allacciata solo a un cuore che corre a perdifiato, che vuole dissolversi totalmente nelle nebbie dell'inconsapevolezza e dell'ingenuità, che vuole spogliarsi e, solitario, tuffarsi in un ignoto sensuale.
Fuori, solo notte. Stellata.
Dentro, finalmente, anima.
E tu, Elisabetta.